A trent’anni dalla morte del giudice Livatino

Trent’anni fa il giudice Rosario Livatino fu assassinato barbaramente dall’organizzazione criminale mafiosa della Stidda. Un magistrato che passò alla storia come “Il giudice ragazzino” dal titolo del libro che scrisse nel 1992 sulla sua vicenda umana il sociologo Nando Dalla Chiesa. Nacque a Canicattì e suo padre Vincenzo fu un impiegato dell’esattoria comunale e la madre si chiamava Rosalia Corbo. Dopo aver conseguito la maturità presso il Liceo Classico Ugo Foscolo, si impegnò attivamente nell’Azione Cattolica mostrando immediatamente una fede incrollabile e una intensa spiritualità. Nel 1971 si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza di Palermo dove si laureò nel 1975 con il massimo dei voti e la lode. Giovanissimo entra nel mondo del lavoro vincendo il concorso per vicedirettore in prova presso la sede dell’Ufficio del Registro di Agrigento dove restò dal 1° dicembre 1977 al 17 luglio 1978. Nel frattempo, però, vinse il concorso in magistratura e venne destinato a Caltanissetta quale uditore giudiziario, passando poi al Tribunale di Agrigento. Nell’agenda di Livatino del 1978 invocò l’Onnipotente sulla sua professione di magistrato e manifestò il suo legame profondo finchè visse che ebbe fra fede e diritto: “Oggi ho prestato giuramento: da oggi sono in magistratura. Che Iddio mi accompagni e mi aiuti a rispettare il giuramento e a comportarmi nel modo che l’educazione, che i miei genitori mi hanno impartito, esige”. Livatino spiegò ancora meglio questa sua idea intrisa da una religiosità che non l’abbondò mai e, infatti, in una conferenza tenuta a Canicattì nell’aprile 1986 ad un gruppo culturale cristiano affermò che la legge e la religione sono due realtà “continuamente interdipendenti fra loro, sono continuamente in reciproco contatto, quotidianamente sottoposte ad un confronto a volte armonioso, a volte lacerante, ma sempre vitale, sempre indispensabile”. In seguitò si soffermò ancora su questo tema dicendo che “la giustizia è necessaria, ma non sufficiente, e può e deve essere superata dalla legge della carità che è la legge dell’amore, amore verso il prossimo e verso Dio, ma verso il prossimo in quanto immagine di Dio, quindi in modo non riducibile alla mera solidarietà umana; e forse può in esso rinvenirsi un possibile ulteriore significato: la legge, pur nella sua oggettiva identità e nella sua autonoma finalizzazione, è fatta per l’uomo e non l’uomo per la legge, per cui la stessa interpretazione e la stessa applicazione della legge vanno operate col suo spirito e non in quei termini formali”. Visse sempre questo dimensione interiore che non divenne lacerante e che conciliò affermando: “Cristo non ha mai detto che soprattutto bisogna essere ‘giusti’, anche se in molteplici occasioni ha esaltato la virtù della giustizia. Egli ha, invece, elevato il comandamento della carità a norma obbligatoria di condotta perché è proprio questo salto di qualità che connota il cristiano.Il compito del magistrato è quello di decidere. Orbene, decidere è scegliere e, a volte, tra numerose cose o strade o soluzioni. E scegliere è una delle cose più difficili che l’uomo sia chiamato a fare. Ed è proprio in questo scegliere per decidere, decidere per ordinare, che il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio. Un rapporto diretto, perché il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio. Un rapporto indiretto per il tramite dell’amore verso la persona giudicata”. Per un decennio, dal 29 settembre ’79 al 20 agosto ’89, fu sostituto Procuratore della Repubblica, si occupò delle più delicate indagini antimafia, di criminalità comune ma nel 1985 di quella che poi negli anni ’90 che scoppiò e che venne definita come la “Tangentopoli siciliana”. Fu proprio Rosario Livatino che assieme ad altri colleghi interrogò per primo un ministro dello Stato. Dall’agosto del 1989 al settembre del 1990 Rosario Livatino prestò servizio presso il Tribunale di Agrigento quale giudice a latere e della speciale sezione misure di prevenzione Rosario Livatino. Il 20 settembre del 1990 fu ucciso, in un agguato dai killer mafiosi della “Stidda”, la mattina del 21 settembre ’90 sul viadotto Gasena lungo la SS 640 Agrigento-Caltanissetta mentre con la sua auto senza scorta , che non volle per non mettere a repentaglio la vita di agenti, si stava recando in Tribunale. La sua vettura, una vecchia Ford Fiesta color amaranto, fu speronata dall’auto dei killer e il giovane giudice tentò disperatamente una fuga a piedi attraverso i campi limitrofi. Venne ferito da un colpo ad una spalla e fu raggiunto dopo poche decine di metri e freddato a colpi di pistola. Del delitto fu testimone oculare Pietro Nava, un agente di commercio, che collaborò attivamente con la giustizia e sulla base delle sue dichiarazioni si riuscì a risalire agli esecutori dell’omicidio. Otto mesi dopo la morte del giudice, l’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga definì «giudici ragazzini» i magistrati di prima nomina, dunque, neofiti, che vennero impegnati nella lotta alla mafia e rilasciò una dichiarazione preoccupante che destò polemiche e perplessità : “Possiamo continuare con questo tabù, che poi significa che ogni ragazzino che ha vinto il concorso ritiene di dover esercitare l’azione penale a diritto e a rovescio, come gli pare e gli piace, senza rispondere a nessuno…? Non è possibile che si creda che un ragazzino, solo perché ha fatto il concorso di diritto romano, sia in grado di condurre indagini complesse contro la mafia e il traffico di droga. Questa è un’autentica sciocchezza! A questo ragazzino io non gli affiderei nemmeno l’amministrazione di una casa terrena, come si dice in Sardegna, una casa a un piano con una sola finestra, che è anche la porta»

A dodici anni dalla sua tragica morte, però , Cossiga corresse il tiro e in una lettera aperta pubblicata dal Giornale di Sicilia, che fu anche indirizzata ai genitori del giudice, comunque, smentì recisamente che quelle affermazioni dispregiative fossero riferite a Rosario Livatino, che l’ex presidente Cossiga definì invece “eroe” e “santo”. Papa Giovanni Paolo II, in occasione della sua visita pastorale, in Sicilia il 9 maggio del 1993, incontrò ad Agrigento i genitori di Livatino,e dopo affermò che gli uccisi dalla mafia: “Sono martiri della giustizia e indirettamente della fede” e esaltò la figura di credente e laico del giovane giudice definendolo: «martire della giustizia e indirettamente della fede». Nella messa di commiato, il suo vescovo lo descrisse come giovane “impegnato nell’Azione Cattolica, assiduo all’Eucaristia domenicale, discepolo fedele del Crocifisso”. Rosario Livatino si impegnò sempre affinché nell’aule giudiziarie e in tribunale, ci fosse un crocifisso. Ogni mattina, prima di entrare in tribunale andava a pregare nella vicina chiesa di San Giuseppe. Nel documentario del 1996 “La luce verticale” si promosse un movimento per ottenere la causa di beatificazione mentre nel 2016 il documentario “Il giudice di Canicattì”, di Davide Lorenzano con la voce narrante di Giulio Scarpati che fu l’interprete nel film di Di Robilant, trasmesso su Rai Storia si esplorò la complessa personalità del magistrato, rivelando immagini inedite e nuovi episodi di vita.
Nel 1993 il vescovo di Agrigento, Carmelo Ferraro, diede l’incarico ad Ida Abate, che del giudice fu insegnante, di raccogliere testimonianze per la causa di beatificazione.
Il 19 luglio 2011 fu firmato dall’arcivescovo di Agrigento, Francesco Montenegro, il decreto per l’avvio del processo diocesano di beatificazione, aperto ufficialmente il 21 settembre 2011 nella chiesa di San Domenico di Canicattì.
Durante la fase diocesana si raccolsero le testimonianze di 45 persone sulla vita e la santità di Rosario Livatino, e tra questi anche Gaetano Puzzangaro, uno dei quattro killer mafiosi del giudice, intervistato in carcere dal giornalista canicattinese Fabio Marchese Ragona per il settimanale Panorama nel dicembre 2017 e per il Gruppo Mediaset TGcom24 nel settembre del 2019. Nel settembre 2018 è stata annunciata la chiusura del processo diocesano, che è stata celebrata il 3 ottobre con una messa solenne nella Chiesa di Sant’Alfonso ad Agrigento, presieduta dal cardinale Francesco Montenegro. Ora tutta la raccolta di documenti e di testimonianze composta da circa 4.000 pagine verrà esaminata presso la Congregazione delle Cause dei Santi. Si è a conoscenza, inoltre, di due presunti miracoli attribuiti all’intercessione del giudice Livatino e che dovranno essere verificati e che sono di persone affette da leucemia.