Messina, fatta luce su un omicidio di mafia del 2001

Fatta piena luce su un omicidio di mafia commesso nelle campagna di Acquedolci, in provincia di Messina, il 29 settembre del 2001. Si tratta dell’efferato assassinio di Francesco Costanza, vittima di numerosi colpi di arma da fuoco e, poi barbaramente finito a colpi di pietra al capo con inaudita ferocia.

Grazie alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Carmelo Barbagianni, affiliato alla famiglia mafiosa dei “batanesi” operante principalmente sull’estremo versante tirrenico della provincia di Messina, la Squadra Mobile della Questura di Messina, Sezione di contrasto alla Criminalità Organizzata e Catturandi, ha dato esecuzione all’ordinanza applicativa della misura della custodia cautelare in carcere – richiesta dalla Procura della Repubblica Direzione Distrettuale Antimafia di Messina – a carico di Domenico Virga, 57 anni, elemento di spicco di “cosa nostra” appartenente al mandamento mafioso di di San Mauro Castelverde-Gangi, come mandante dell’omicidio.

Secondo la ricostruzione della procura, perfettamente sovrapponibile alle dichiarazioni di un altro pentito (Antonino Giuffrè), l’omicidio sarebbe maturato in contesto mafioso di altissimo livello. La vittima – egli stessa mafiosa – avrebbe infastidito, con pretese di pizzo, alcune imprese riconducibili a Michele Aiello, il re delle cliniche, uomo vicinissimo a Bernardo Provenzano e al centro di numerosi scandali e inchieste giudiziarie di altissimo profilo, che effettuavano dei lavori nel comprensorio mistrettese.

Le inevitabili lamentele dell’Aiello, facevano si che il capo di cosa nostra Provenzano incaricasse il reggente della famiglia di Caccamo, Antonino Giuffrè, di risolvere la questione. Poche settimane prima dell’omicidio, in un casolare abbandonato sito in Tusa (ME), si svolse un summit tra i principali esponenti delle famiglie operanti nella zona posta a confine tra le province di Palermo e Messina: l’odierno arrestato, Virga Domenico (nipote del boss Peppino Farinella) per i palermitani, Rampulla Sebastiano (fratello del più noto Pietro, “artificiere” della strage di Capaci del ‘92 e oggi deceduto) per i mistrettesi, Bisognano Carmelo per i barcellonesi della frangia dei “mazzarroti” e Barbagiovanni Carmelo per i batanesi.

Durante la riunione alla futura vittima furono chieste spiegazioni sia in merito a somme di danaro da lui trattenute, nonostante fossero destinate a compagini mafiose palermitane, che alla richiesta del “pizzo” a ditte già “protette” dalle stesse.
Non ritenendo convincenti le giustificazioni addotte dal Costanza, i presenti al summit lo congedavano, perfezionando poco dopo il proposito di ucciderlo, l’incarico fu “affidato” ai batanesi, ed il Barbagiovanni commise l’omicidio in concorso con il Costanzo Sergio.

L’omicidio del Costanza, in altri termini, è stato deliberato dai vertici delle famiglie mafiose operanti tra le Province di Palermo e Messina e, sotto l’egidia del capo dei capi Bernardo Provenzano, per punire uno “sgarro” imperdonabile e per rinsaldare i già esistenti rapporti tra le medesime consorterie criminali.