La Cassazione rende definitivo il dissequestro del patrimonio di Mario Ciancio

Un’inchiesta durata anni e che oggi ha portato al dissequestro del patrimonio di Mario Ciancio Sanfillippo, il signore dell’informazione nel Sud. Ammonta ad almeno 150 milioni di euro il patrimonio dell’editore e che comprende: il quotidiano La Sicilia, le azioni della Gazzetta del Mezzoggiorno, le emittenti Antenna Sicilia e Telecolor leader nel comprensorio ibleo, la società Etis che stampa giornali siciliani e nazionali, la Simeto Docks, concessionaria di pubblicità e affissioni, conti correnti, polizze assicurative, 31 società, azioni e beni immobili.

Un patrimonio immenso che, secondo la procura, sarebbe stato accumulato, “nell’interesse proprio e nell’interesse di Cosa nostra. E che in ragione di ciò il suo patrimonio si sia implementato illecitamente, giovandosi anche di finanziamenti occulti e che anche il predetto sodalizio mafioso si sia rafforzato grazie ai fortunati investimenti realizzati per il tramite dell’editore”.

Da qui la richiesta di confisca del settembre 2018 della sezione Misure di prevenzione del Tribunale per il suo patrimonio e che nell’ordinanza di sequestro riportava: “il patrimonio è in parte frutto di reato e in parte non trova giustificazione nei redditi conseguiti, quindi deve ritenersi illecito”.

Il sequestro patrimoniale avveniva dopo l’inizio del procedimento per concorso esterno in associazione mafiosa, in cui Ciancio risultava implicato e che è ancora in corso.

Non l’hanno pensata cosi i giudici della corte di appello di Catania che il 24 marzo del 2020 dichiararono inamissibile il sequestro preventivo dei beni dell’editore con queste motivazioni: “non può ritenersi provata l’esistenza di alcun attivo e consapevole contributo arrecato da Ciancio Sanfilippo in favore di Cosa nostra catanese“. Né che “può ritenersi provata alcuna sproporzione tra i redditi di provenienza legittima di cui il preposto e il suo nucleo familiare potevano disporre e la liquidità utilizzata nel corso del tempo”, ritenendo che vi sia una “mancanza di pericolosità sociale” dell’editore catanese.

Nasce da qui il ricorso presentato dalla Procura generale di Catania, contro il provvedimento della Corte d’appello, che la quinta sezione della Cassazione ha dichiarato oggi inammissibile, provvedimento che non potrà non influenzare il processo attualmente in corso. Difficile immaginare una condanna per concorso esterno per mafia ad un soggetto sui cui è stato posto, dalla corte di appello e della cassazione, l’imprimatur di soggetto non socialmente pericoloso e vittima di un sequestro patrimoniale non dovuto.