L’Etna continua a dare spettacolo

“Chi succidiu?”. “Nenti, scassau a muntagna”. “Ah, chi ‘mmi parìa”. Capita spesso a Catania di sentire un simile dialogo che, tradotto, significa più o meno che non è successo nulla di particolare: solo che c’è in corso un’eruzione dell’Etna. Eh sì, quelle che per chi osserva dagli teleschermi sono dei terribili e immani fenomeni della natura ma che per i catanesi sono semplicemente “nenti”, cioè niente, solamente un fatto normale che si ripete ciclicamente. La convivenza con la Montagna, cioè l’Etna, il vulcano più alto d’Europa, è vissuta all’insegna di un amore che solo minimamente è intaccato dai disastri che essa periodicamente provoca. Essa, o meglio, lei, perché di un essere si tratta, può infatti devastare le campagne con la lava oppure può fare crollare degli edifici con i suoi tremori, ma è sempre vista come una delle fonti principali di ricchezza della città e dell’intero suo circondario. Ricchezza rappresentata dalla terra nera, di natura vulcanica, ricca di humus, che produce splendidi frutti. Provate, se potete, a bere un bicchiere di vino dell’Etna o mangiare un frutto qualsiasi, avrete l’impressione che al loro interno il fuoco delle viscere del vulcano abbia lasciato un pizzico del suo calore e della sua forza. Quindi, la Montagna, al femminile. Si, perché è come se Catania avesse due sorelle: la maggiore è Sant’Agata, bella e rassicurante, splendida ma serena; l’altra, la minore, è l’Etna, bella ma fonte di preoccupazione, splendida ma turbolenta; entrambe, però, ognuna in maniera diversa, contribuiscono al bene della città. E quando l’Etna esagera, ecco che la Santuzza interviene a placarla.

In fondo, parafrasando Yeats, il catanese è un visionario. Non è un caso che sull’Etna siano fiorite tantissime leggende, alcune, diciamo, quasi normali; altre strane, che per logica sembrerebbero essere desinate ad altri luoghi. Quelle legate alla fucina di Vulcano o al sandalo di bronzo di Empedocle sono abbastanza normali e plausibili essendo legate al mondo classico; ma altre dicono che Artù, il mitico re celta, dorme in una delle caverne nell’Etna e non nella mitica isola di Avalon e tante sono le storie dove la protagonista è Morgana. E in effetti gli scenari della Montagna sono vari: le distese di lava ormai raffreddata, ma adesso rese incandescenti dal calore del sole, richiamano paesaggi lunari; la Pineta di Linguaglossa che, specialmente nelle ore buie, ricorda molto le grandi ed oscure foreste del nord Europa; le piste di neve che ricordano le cime alpine. Ma, cosa veramente unica al mondo, tutto questo affaccia sul mare più azzurro del mondo che può essere raggiunto, anche dalla cima stessa del vulcano, in pochissimo tempo.

E giù, sulla costa, si trova Catania. Città antichissima, secondo la tradizione fondata dai Calcidesi nell’VIII secolo avanti Cristo. Visse in pieno le vicende del mondo greco e poi di quello romano. Nei primi anni dell’Impero Romano, Plinio il vecchio e Virgilio, arrivando a Catania, allora sede del proconsole e dunque capitale dell’isola, la descrissero viva, attiva e ricca. Nei loro testi, ad averne il tempo e la voglia, potremmo leggere del grande porto, chiamato Decatrea per le tredici alte torri che gli facevano da cornice, e dell’attività che vi ferveva. Catania è stata distrutta tante volte: dalla lava, dai terremoti e dai nemici. L’ultima e più grande catastrofe fu il terremoto del 1693 che la rase praticamente al suolo. Nel ‘700, grazie al lavoro dell’architetto Giovambattista Vaccarini risorse ancora più bella e razionale. Una crescita continuata nel corso degli anni, che la portarono a meritarsi un trentennio or sono l’appellativo di “Milano del Sud” anche se, purtroppo, quei fasti appartengono ormai ad un tempo passato. Adesso la situazione è ben altra.

Ma l’intera provincia è un continuo di ricchezze naturali, culturali e storiche. La costa jonica partendo da Taormina, seppure in provincia di Messina, è un susseguirsi di spettacoli mozzafiato grazie ad una costa e un mare unici al mondo. Tante sono le gemme che vi sono incastonate ma meritano una citazione particolare Acireale per le sue splendide chiese (la basilica di San Sebastiano, solo per citarne una, è uno dei più belli esempi di barocco siciliano) e le sue antiche terme, Acitrezza per i Faraglioni (secondo la leggenda scagliati contro Ulisse dal ciclope Polifemo) e la vicenda dei Malavoglia di verghiana memoria, Acicastello con la rocca di Re Martino a strapiombo sul mare. Ma anche la dorsale montana non è da meno con le tortuosità del fiume Alcantara che formano le impareggiabili “gole” o con i monumenti di Zafferana o con l’opera della natura arricchita dalla storia: per esempio, il castagno dei Cento Cavalieri a Sant’Alfio. Ma anche la parte ovest dell’Etna è splendida per varietà e ricchezza: le chiese di Randazzo, le fragole di Maletto, il pistacchio di Bronte, i fichi d’india di San Cono. Giù, a sud, la Piana con i suoi prodotti e, in particolare, con le sue arance rosse, uniche al mondo. Facendo un torto a cittadine e paesi certo non meno belli e interessanti di quelli citati, un solo, ultimo cenno, a Caltagirone, elegantemente adagiata sulla propria altura, il toponimo càlat in arabo significa castello, con le sue meravigliose e fantasmagoriche ceramiche.

Catania e la sua provincia, una terra unica, meravigliosa; ricca di tutto ciò di bello che natura e uomo possono creare e produrre. Una terra “sorvegliata” da due esseri femminili, diversi ma entrambi potenti e benefici, che coniugano sacro e profano in una miscela di positività. L’Etna, con le sue turbolenze ma coi i suoi preziosi doni di ricchezza e prosperità; Sant’Agata con la sua bontà, la sua protezione e il suo amore. Una terra da sogno, dove sognare è lecito perché anche la fantasia più sfrenata può diventare realtà, un incantesimo che all’ombra del Grande Vulcano si realizza spesso.