Perché a Roma tutto porta alla politica… anche il maxi concorso

Il maxi concorso “Roma Capitale” è stato un altro evento epocale nella storia del post-covid le cui dinamiche hanno ricordato molto quelle del maxi concorso “Sud”. Per me sono però anche state l’ennesimo momento per pormi delle riflessioni dal punto di vista logistico, tanto che mi chiedo, una volta di più, come mai l’alta velocità parta da Villa San Giovanni e tutto quello che c’è prima abbia ancora la tratta spesso a monorotaia. Il treno veloce è molto accogliente e ricevo anche un kit viaggio pieno di cose inutili ma che hanno sempre quel fascino del regalo inaspettato e che viene sempre apprezzato. La sede concorsuale è la Fiera di Roma e raggiungerla non è stato molto difficile sebbene le distanze logistiche ci siano. La gestione della prova non è stata male ma l’unico problema è che ci sono stati vari ritardi nell’ingresso dei candidati che hanno comportato, inevitabilmente, dei ritardi anche nel ritorno a casa degli stessi, tra cui il sottoscritto. Ho incontrato moltissimi romani ma parimente tanti siciliani e tanti campani durante la giornata di prova con cui ho fatto amicizia e che presto forse rivedrò visto l’annunciato “maxi concorso regionale campano” previsto per l’autunno e presentato in pompa magna dal De Luca campano, istrionico e caratteristico come il De Luca peloritano, manco che ci fosse una genetica segreta dei cognomi che influenza il carattere delle persone al pari di quanto si dice per i segni zodiacali. La prova scritta digitale a quiz è stata bella tosta con 60 domande di diritto amministrativo, contabilità di stato ed ordinamento amministrativo di Roma Capitale. La Fiera di Roma ha sempre il suo fascino, peccato che le distanze da coprire a piedi siano enormi e sotto il sole non sia stato tanto piacevole. Ad ogni buon conto terminata la prova e fatto tutto il tragitto verso la stazione ivi giunto apprendo con sommo rammarico che non vi sono più treni notte disponibili e che, pertanto, l’unica soluzione possibile è il bus notturno da Roma Tiburtina per Messina. Ve ne sono due disponibili, uno ore 19 ed uno ore 21.00, e stante le condizioni l’unica soluzione plausibile con gli orari è quella delle 21.00. Prendo il trenino ed arrivo a Roma Tiburtina. Esco dalla stazione ferroviaria e mi incammino verso la stazione dei bus. Il panorama è il classico della Roma multietnica, fatto di colori e di stranezze che convivono in una logica ossimorica unica. Sulla piazza giganteggia un manifesto pubblicitario della “Taffo Servizi Funebri” che, ormai, abbiamo imparato a conoscere per l’ironia con cui hanno sdoganato i servizi funebri ed in generale il concetto di morte e sepoltura. Arrivo in stazione e mi indirizzo verso la compagnia che fa la tratta di mio interesse. L’ufficio vendita è piccolo ma hanno anche un box con i bagni dove mi è possibile, oltre che fare i miei bisogni, anche cambiarmi la polo fradicia di sudore e lavarmi il viso con dell’acqua fresca. A Roma tutto è “schierato politicamente” giacchè anche nei bagni trovo dei volantini che inneggiano alla contesa elettorale per l’elezione del nuovo sindaco con un panciuto Carlo Calenda che sovrasta in tanti volantini che si trovano sparsi sul pavimento. Slogan elettorali anti grillini si contendono la mia attenzione al pari delle scritte sui muri inneggianti alla eterna rivalità calcistica tra Roma e Lazio. E’ un toccasana potersi lavare il viso e cambiare la maglietta, tanto che mi sento quasi rigenerato. Esco dal bagno e mi faccio un giro per la zona fuori la stazione in cerca di un posto dove mangiare qualcosa. Locali di kebab e cibo asiatico primeggiano rendendo la piazza un misto di odori forti, a tratti appetitosi a tratti nauseanti. Ad un tratto vedo entrare in una sorta di forneria tre agenti di polizia che presumo, prima di iniziare il turno di notte, vogliano anch’essi cenare. Do per scontato che la loro presenza non può che essere una garanzia che li si mangi bene, anche perché dai discorsi mi sembrano abituè del locale. Entro anche io al seguito e guardo il bancone. C’è molta “focaccia romana” fatta in tanti gusti diversi ma il mio occhio cade su un vassoio dove ci sono i panini con la porchetta. Tra me e me penso che un panino con la porchetta è il migliore souvenir culinario della capitale ed opto per quello per la mia cena. Mi siedo al bancone e nel televisore appeso al muro scorre il tg delle 20.00 con le solite notizie delle diatribe tra pentastellati, del populismo di Matteo Salvini e del ddl Zan su cui si confrontano in interviste laici e prelati. Consumo la cena e ritorno in stazione ove mi siedo su una panchina vicina la zona dove arriverà a breve il bus. Sono le 20.30 ma ancora tutti i box sono aperti e c’è tanta gente in giro oltre che vi è un continuo via vai di pullman, con le indicazioni per le mete più disparate indicate sui parabrezza. Davanti al box della Sais, ove mi siedo, c’è l’impiegato che con un marcato accento palermitano scherza ed interagisce con tre ragazzi del Bangladesh. Si siedono anche loro accanto a me. Uno mi guarda senza conoscermi e mi chiede se ero a Roma per il concorsone. Gli dico di si e mi chiede di dargli il cinque anche se non lo conosco. Questa è la Roma multietnica che mi piace e, pertanto, lo assecondo. Sono seduto e sono molto stanco, scrivo alcuni appunti sul mio taccuino quando in lontananza vedo una donna dai capelli ricci assai voluminosi che per un attimo mi sembra Carlotta Previti e proprio nel constatare che vedo Carlotta Previti a Roma Tiburtina capisco che ho nostalgia di Messina e che è ora di tornare a casa. Arriva il bus e cominciamo a salire. Casualmente l’autista che controlla i biglietti è di Messina e lo conosco. Lui vedendomi scherzando mi chiede “destinazione?” ed io altrettanto scherzando, e con una vena di commozione, parafrasando De Gregori, gli dico “capo portami a Messina e non fermarti manco per pisciare in autostrada che voglio andare diretto a casa”. Salgo sul bus ed accanto al mio se ne piazza un altro che farà una tratta del nord est. Sento parlare le persone in fila e capisco che sono quasi tutti meridionali dall’accento. Dai loro dialoghi intendo che arrivano da Palermo, Catania e forse, presumo, anche da Messina. Non ci sono altre selezioni concorsuali previste, quindi, sono persone, soprattutto giovani, che vanno al nord per lavoro o per studio e mentre che guardo quei ragazzi, che vanno in svariati paesi nordici, per un attimo penso che forse anche a loro sarebbe piaciuto potere tornare a casa e magari restarci ma che le circostanze sono state altre. Li vedo salire ordinatamente con zaini e sacchetti pieni di cibo per il viaggio ed è come se quei bus che vedo fossero le vecchie locomotive di immigrazione del secondo dopoguerra. Nel periodo estivo sullo stretto di Messina torna ciclicamente e più potentemente in azione, quasi quotidianamente, il consueto vento termico spirante da n-ne e n-no, dominante per gran parte dell’anno.  Il “vento cavaliere”, così chiamato dai pescatori dello stretto, spesso si genera sempre nel tardo pomeriggio e soffia costante e teso per lunghe ed interminabili giornate. Nella stagione stiva rende più miti e sopportabili le calure sulla terra ma in mare genera un moto ondoso che crea risacca. Se il moto ondoso incontra forti correnti allora si possono creare onde ripide assai insidiose per la navigazione. Proprio come il soffio del vento cavaliere spazza via ciò che di vecchio c’è in natura parimente, e velocemente, il vento del cambiamento e della modernità cambia le città. A volte, però, quando il vento del cambiamento incontra quello della non ponderazione allora si creano situazioni assai insidiose per i naviganti della terra ferma. Ecco, quella scena che sto adesso vedendo è, proprio, metafora di un vento cavaliere che porta via tanti giovani dall’attualità di una citta’ in declino, metafora dell’attualità di una regione in declino. Un “crepuscolo degli dei” raccontato tramite l’analisi di fenomeni come il lavoro, la conflittualità sociale e la disillusione per un viaggio terreno come metafora di un viaggio in mare, con la speranza che i naviganti della vita riescano sempre ad incontrare, come i naviganti del mare, la luce della lanterna del Montorsoli che li guida e li conduce in salvo. Una luce, che oggi, però, più che mai, indirizza verso le terre lontane d’oltre stretto, a volte d’oltre Italia, ma sempre dell’oltre ingiustizia. Il bus parte ed il viaggio inizia, tra 10 ore sarò di nuovo a casa mia. Scorrono i chilometri di autostrada e continuo a pensare a tutti quei ragazzi che la Sicilia ha perso ed a quanti ancora ne perderà quando, man mano che i concorsi saranno conclusi, le chiamate in servizio saranno effettuate. L’attualità meglio di qualunque altro settore riesce a narrare e descrivere il quadro di una determinata situazione storica come anche quello di una determinata città. Sensibilizzare la coscienza critica di ognuno raffrontando la situazione indicata con quella precedente risulta vano giacche’ ogni giorno la realtà dei fatti che ci circonda, e ci scorge agli occhi, evidenzia che l’imbrutimento sociale risulta essere sempre più ampio. Una situazione di degrado morale ha investito tutta la città di Messina, ed in modo particolare tante giovani promettenti menti che frustrate dalla sempre più insita convinzione dell’assenza di meritocrazia nella nostra realtà hanno dovuto allontanarsi dalla loro città natale o ormai rassegnarsi all’ingiustizia ed alla corruzione dilagante. Se questi sono i dati, e tali purtroppo le circostanze ufficiali ed anche empiriche ce li confermano, dobbiamo dedurne che l’elevato indice di fuga delle menti potrebbe essere ben connesso alla coscienza ormai maturata che sebbene molti abbiano raggiunto livelli culturali da classe dirigente hanno dovuto o dovranno abbandonare la loro città non avendo alcuna possibilità di utilizzare le loro capacità professionali. La questione della gestione delle risorse e delle potenzialità di una realtà passa anche per l’analisi del capitale umano disponibile in essa.  Messina perde abitanti ed ormai le saracinesche delle attività sono quasi tutte calate e serrate e forse lo sono anche quelle metaforiche del futuro dell’intera città. Millantatori e ciarlatani arringano le folle con motivi populisti di rinascita, ipocriti quanto alienati, giacche’ non voluti nella realtà. In fondo per alcuni questo è un bene giacché finalmente si possono dormire sonni tranquilli lontano dagli incubi di velleità giovanili riformiste. La fotografia di una città che è fotografia di uno stato intero e di una Terza Repubblica molto diversa sociologicamente dalla prima. In fondo è vero che a Roma tutto è politica, anche un concorso che diventa occasione per riflettere sulla propria classe dirigente nazionale e regionale. Mi assopisco durante il viaggio e mi sveglio quando siamo quasi all’imbarco per Messina. Esco dal bus, salgo sul ponte e mi siedo nelle panchine a godermi il mattino e lo spettacolo. Il mare e’ calmo, il cielo limpido ed in lontananza Messina comincia sempre più ad avvicinarsi. E’ un bello spettacolo la mia città, peccato che sia ormai solo un posto bello, dove farci le vacanze. Vado al bagno ed un signore con suo figlio sono in fila per entrare. Entriamo nel bagno e sento il bambino che dice al padre che sente puzza di pipì. Già, c’è puzza di pipì in questo bagno, la stessa che negli autogrill avranno sentito quelli che se ne andavano verso il nord e quella che anche io, che invece al sud ci sto tornando, sto sentendo. E’ l’odore del sud quello, mio piccolo amico, del sud umiliato, svuotato del suo capitale umano, mortificato da logiche perverse per cui siamo destinati a fare grandi i paesi e le città dove andiamo ma non quelle da dove proveniamo. Un’isola priva di speranze e di certezze ove chi resta sa bene che le ingiustizie saranno tante e che ci sarà solo un bivio di fronte a se e cioè scendere a patti con quella mentalità tanto odiata e detestata o prendere il mare sospinti da quel vento cavaliere che sferza il viso nelle serate invernali quando il ferry boat porta lontano le genti, a vivere una vita diversa, migliore, giusta. Intanto la nave e’ attraccata e siamo scesi a terra. Non sento più puzza di pipì o forse mi ci sono solo, ormai, abituato convivendoci rassegnato. Ma è una bella giornata, il sole splende ed una bella granita mi darà sollievo. Almeno a tavola non ci batte nessuno, almeno in una cosa siamo invidiati a Messina.