Perché i giovani lavoratori oggi sono insoddisfatti?

La sostenibilità nell’era della globalizzazione passa anche, e soprattutto, per il mercato del lavoro con uno sviluppo globale che, sempre più spesso, si muove fra de-regolazione del mercato ed occupazione flessibile. Le disuguaglianze della globalizzazione vedono, ogni giorno di più, aumentare le fila dei “poveri da lavoro” e degli “emarginati da lavoro”. La logica dei nuovi contratti sostenibili, infatti, piuttosto che improntare il rapporto fra sostenibilità e diritto a logiche di tutela dei lavoratori, ricerca sempre più spesso, soltanto nuove opportunità economiche con la conseguenza che siamo di fronte ad una generazione di giovani lavoratori alla ricerca del “lavoro perfetto”. Ricerca che, però, sempre più spesso, sfocia nel malcontento e nella volontà, se non necessità, di un continuo cambio di lavoro. Tra gli aspetti negativi che la globalizzazione ha generato, infatti, oltre all’aumento delle disparità sociali, i più rilevanti riguardano anche il fatto che siano nate nuove disuguaglianze lavorative che costituiscono un ampliamento di disuguaglianze già esistenti o ne rappresentano di nuove. Oggi si parla di “disuguaglianze globali”, termine che comprende diversi significati, potendo riguardare la speranza di vita alla nascita, l’istruzione, l’abitazione, il consumo di risorse naturali, il reddito ma anche la posizione lavorativa ricoperta dalla persona. L’insostenibile leggerezza del sopraddetto “contratto sostenibile” poco frequentemente, infatti, si accosta alla sostenibilità del diritto ed al diritto dei contratti. Risultano chiari i limiti della costruzione tradizionale del diritto contrattuale fondata sull’individualismo e sulla libertà di iniziativa economica che spesso determinano esternalità, o effetti esterni negativi, proprio sui lavoratori. Il contratto sostenibile dovrebbe, invece, inserirsi in una visione in linea con la funzione sociale del diritto privato che intende, da sempre, assegnare una finalità redistributiva ai rapporti contrattuali. Oggi i giovani lavoratori, tacciati di essere sempre inadeguati “a rialzo” per la loro esperienza, formazione o ambizione, sono destinati a rimbalzare da un’azienda all’altra alla ricerca del lavoro adatto a loro oppure a vivere, e subire, condizioni di lavoro non proporzionate alle loro formazioni ed esperienze acquisite negli anni. Secondo una ricerca dell’Istat nel 2020 è stato rilevato che il 79,0% della popolazione è appagata dalla propria posizione lavorativa, condizione più favorevole nel Nord Italia rispetto al centro sud. Tuttavia, la crescita della soddisfazione lavorativa evidenziata tra il 2013 e il 2018 non è omogenea tra le varie categorie di lavoratori. In generale lo studio rileva che l’appagamento professionale va di pari passo con la formazione scolastica con un 50% di laureati contro il 37% di chi possiede la licenza elementare. Il grado di soddisfazione all’interno dell’ambiente lavorativo riguarda molti fattori tra i quali proprio i tipi di contratti applicati, sempre più spesso contratti di apprendistato o contratti a tempo determinato con stipendi che fanno gola solo ai datori di lavoro, in quanto minimi sono gli sgravi fiscali a loro favore. Sta aumentando l’incapacità delle aziende di riconoscere il valore delle competenze e questo fa sì che i giovani lavoratori siano destinati allo sfruttamento ed a condizioni di lavoro precarie da cui conseguono retribuzioni basse. Lavoratori poco stimolati, bloccati nell’ascesa professionale, insoddisfatti sono giustamente sempre alla ricerca dell’occupazione perfetta ma, principalmente, nella realtà finiscono ad essere destinati a condizioni di lavoro precarie che sminuiscono la loro considerazione. Con maggiori investimenti nella formazione professionale e con maggiori tutele per i lavoratori, prima fra tutte il consolidamento di un minimo salariale che possa dare un valore al lavoro svolto, non in base alla tipologia contrattuale ma attraverso un valore concreto, si creerebbero sicuramente meno frustrazioni e magari non si vedrebbero più donne, in abito da sposa, correre a firmare una supplenza annuale, perché rischiavano di non lavorare per un anno o autisti, in collegamento telefonico, sostenere un esame universitario, mentre guidano un autobus, perché’ non hanno ottenuto un permesso studio.