Un insolito terremoto catanese

La giornata lavorativa di quel martedì di maggio era ormai arrivata quasi alla metà delle sei ore lavorative previste nel mentre era giunto il momento opportuno che qualcuno aspettava! Cercando di passare inosservata, Giovanna meglio conosciuta come Peppa ‘a Tucca, così ormai la chiamavano i colleghi nella sede centrale di quell’assessorato del comune di Catania, anche quella mattina stava per dichiarare aperto il suo mercatino ambulante abusivo interno all’ufficio,  trascinandosi appresso con calcolata indifferenza una grande borsa dove riponeva le sue mercanzie che vendeva ai colleghi e soprattutto alle colleghe per integrare il suo reddito di dipendente comunale: profumi, chincaglierie, bigiotteria varia e soprattutto indumenti intimi femminili che vendeva nei giorni in cui in assessorato non vi era il ricevimento del pubblico e si era, quindi, più tranquille di non essere disturbate nel mentre avveniva tale inusuale commercio. In quel periodo la sede dell’ufficio dell’assessorato comunale di Catania si trovava al primo piano di un palazzo sito in via Etnea e vi si accedeva attraverso una scala molto stretta, particolare non di poco conto per la dinamica degli avvenimenti che di li a breve sarebbero inaspettatamente accaduti e che solo per pura fortuna non si trasformarono in una tragedia. Quella mattina Peppa ‘a Tucca aveva un incontro programmato, avendo precedentemente concordato con quattro colleghe che lavoravano assieme nella stessa stanza di incontrarsi quel giorno per portare loro un vasto campionario di calze, reggiseni e mutandine che avrebbero potuto visionare e provare nella loro stanza dopo averne, prudentemente, chiuso a chiave la porta, per non essere disturbate nel mentre esaminavano il ricco campionario. Mentre andava nella stanza dove le quattro colleghe attendevano di visionare e provare il campionario di indumenti intimi femminili, l’ultima stanza a destra in fondo al corridoio, casualmente incontrò il suo collega Demetrio, da poco trasferito in quell’ufficio,  che stava conversando con un altro collega, Giasone, fumando una sigaretta davanti la porta della stanza, l’ultima in fondo al corridoio dove lavorava assieme a sei colleghe donne, scambiando un veloce saluto di circostanza. Demetrio solo da poco era stato trasferito in quell’ufficio, che curava i rapporti con le sedi dell’assessorato distaccate sul territorio comunale, ed ancora non conosceva bene tutti i colleghi e le colleghe che lavoravano in assessorato, tranne qualcuno con cui aveva avuto modo di lavorare in passato come Giasone, conosceva di vista la collega Giovanna soprannominata Peppa ‘a Tucca ma non sapeva ancora niente di lei e del suo improponibile giro d’affari interno all’ufficio. Nel mentre entrava nella stanza delle quattro colleghe che l’attendevano già, Peppa ‘a Tucca con fare civettuolo si rivolse a Demetrio dicendo con un sorrisetto che accompagnava le sue parole:

“Tu qui non puoi entrare, ora chiudo la porta perché siamo tutte donne!”

Incuriosito da quella frase pronunciata da Peppa ‘a Tucca che nel frattempo era entrata nella stanza chiudendo la porta a chiave, frase di cui non coglieva l’esatto significato, Demetrio si rivolse al collega Giasone per chiedergli spiegazioni sull’esatto significato della frase pronunciata da Peppa ‘a Tucca, una volta che le cinque donne si erano rinchiusero a chiave nella stanza:

“Devi sapere – disse Giasone sorridendo mentre rispondeva a Demetrio – che la collega Giovanna che ti ha appena salutato in questo ufficio viene chiamata Peppa ‘a Tucca perché, così come questa famosa popolana catanese che faceva commerci nella zona del porto di Catania, anche lei esercita questo commercio all’interno dell’ufficio dell’assessorato, vendendo di tutto ai collegi e soprattutto alle colleghe, specialmente indumenti intimi femminili. Ti ha detto che tu nella stanza non potevi entrare perché, come sempre in questi casi, lei fa provare alle colleghe la biancheria intima per cui sono costrette a chiudere la porta a chiave perché nessuno possa entrare nel mentre provano tali indumenti.”

“Quindi ora nella stanza le colleghe che vi lavorano staranno provando calze, reggiseni e mutandine ?” chiese Demetrio un po’ sorpreso.

“Esattamente” rispose Giasone, sorridendo.

Dopo essersi salutato con Giasone, Demetrio ritornò al suo posto di lavoro la cui parete che aveva alle spalle, una parete molto alta, lunga e fatta di una sola fila di mattoni forati sottili divideva lo spazio con la stanza accanto dove le quattro colleghe stavano esaminando il campionario di indumenti intimi; ripensando all’episodio di poco prima e sorridendo tra se e se per la scena che, lui immaginava, si stava svolgendo nella stanza accanto oltre quella sottile parete che divideva le due stanze dove le quattro colleghe dovevano essere impegnate a provare biancheria intima, tornò a considerare quell’irrituale modo di lavorare e quell’insolito commercio “ intimo” che si stava svolgendo presso la sede dell’assessorato. Poi d’improvviso, senza sapere il perché, forse sospinto dal demone burlone che di tanto in tanto alimentava il suo mai sopito spirito goliardico, Demetrio, assecondando un impulso incontrollabile, si voltò verso la parete che separava le due stanze ed iniziò a martellare la stessa con dei pugni dati a ripetizione e fortemente sulla parete, immaginando di provocare solamente del rumore che, immaginava, avrebbe fatto spaventare le colleghe nell’altra stanza, ma così, solo per ridere un po’. Ma non fu così, l’effetto di quei pugni dati su quella sottile parete fu ben più ampio e pernicioso di quanto lui avesse potuto prevedere! Appena ebbe iniziato a percuotere la lunga parete divisoria tra le due stanze, questa cominciò ad ondeggiare in modo imprevisto, come se fosse stata sollecitata da qualche moto ondulatorio dovuto a scosse di terremoto. Il rumore prodotto dai pugni dati da Demetrio sulla parete divisoria tra le due stanze e l’effetto ondulatorio che questi pugni ebbero sulla stessa parete produssero, contemporaneamente, lo stesso effetto nella stanza accanto dove le cinque donne che vi si trovavano, di cui alcune intente a provare biancheria intima, pensarono che l’ondeggiare della parete e quel rumore ripetuto fosse l’effetto di qualche fenomeno sismico che stava accadendo in quel momento. Quasi immediatamente Demetrio udì distintamente un forte frastuono proveniente dalla stanza accanto dovuto al rumore di sedie rovesciate e di grida di donne, accompagnate dalla reiterata pronuncia di una parola gridata:

Il Terremoto, il Terremoto, il Terremoto!”

Resosi immediatamente conto del non voluto e inaspettato effetto provocato dai pugni con cui aveva percosso la parete, Demetrio andò subito di corsa verso la porta della stanza accanto per avvertire le colleghe che non c’era stato alcun terremoto ma che erano stati i suoi pugni sulla parete ad aver causato quell’effetto ondulatorio della stessa: si accorse che la porta veniva sbattuta ripetutamente nell’evidente contemporaneo tentativo da parte di più persone che cercavano, inutilmente, di aprire la porta chiusa a chiave, accompagnando questo tentativo con l’emissione di grida isteriche e con la reiterata pronuncia della parola “Il Terremoto, il Terremoto, il Terremoto!”. Demetrio allarmato rimase davanti alla porta aspettando che finalmente si aprisse per rassicurare le colleghe che non si trattava di terremoto bensì dell’imprevisto effetto dei suoi pugni sulla parete. Finalmente, dopo un po’, la porta della stanza venne aperta mentre tutte e cinque le donne tentavano contemporaneamente di uscire da quella stanza; per prima uscì la responsabile di quell’ufficio interno, Gertrude, che con lo sguardo stravolto e con voce stentorea gridò con forza a Demetrio che si trovò di fronte:

“Scappiamo Demetrio c’è il terremoto, scappiamo!”

Cercando di mantenere la calma Demetrio si rivolse a Gertrude cercando di spiegarle cosa fosse effettivamente successo:

“Gertrude ascoltami non c’è stato e non c’è alcun terremoto, la parete ha oscillato perché vi ho battuto sopra io con dei pugni!”.

Ormai presa dal panico ed incapace di capire ciò che Demetrio voleva comunicarle per rassicurarle, Gertrude lo afferrò per la giacca e sbattendolo con forza, ripetutamente, continuò a gridargli con gli occhi sbarrati dalla paura:

“Si, si c’è il terremoto, scappiamo, scappiamo!”

In men che non si dica lei e le altre quattro colleghe terrorizzate, che nel frattempo erano uscite dalla stanza dopo essersi ricomposte, cominciarono ad entrare in tutte e ventiquattro le stanze dell’assessorato, compresa quella del direttore e dell’assessore, gridando come forsennate:

“Il Terremoto, il Terremoto, c’è il Terremoto, scappiamo, scappiamo, uscite dalle stanze!”, provocando il totale panico in tutto l’ufficio dell’assessorato ed un conseguente, inarrestabile, caotico fuggi, fuggi generale accompagnato da urla di terrore.

Demetrio assisteva impotente e con rassegnata impassibilità allo scatenamento di questa paranoia e isteria collettiva a cui ormai non poteva porre rimedio; rimanevano non coinvolte le sei colleghe della stanza dove lui lavorava perché avevano visto tutto ciò che era accaduto e pertanto erano consapevoli che non vi era stato nessun terremoto a causare l’ondeggiamento della parete e che pertanto non vi era motivo di scappare.

In maniera progressiva e irrefrenabile tutti i circa centoventi dipendenti che lavoravano presso la sede dell’assessorato comunale si misero a correre contemporaneamente verso la stretta scala, cercando la desiderata salvezza nella sede stradale della vicina via Etnea, accalcandosi nelle scale, spintonandosi, urlando e gridando nel mentre correvano verso l’esterno dell’edificio e fu certo dovuto a qualche miracolo se nessuno cadde e si fece male.

Nel mentre accadeva tutto ciò un filo di sudore freddo scendeva lungo la schiena di Demetrio, che conscio di ciò che aveva non volontariamente provocato, aveva ormai capito di non poter fare più nulla per porre fine a quell’isteria collettiva che aveva svuotato l’ufficio dell’assessorato; ritornò sconsolato verso la sua stanza dove incontrò lo sguardo severo delle sue sei colleghe che assieme a lui vi lavoravano che, senza profferir parola, furono capaci di farlo sentire in colpa per ciò che aveva scatenato, anche se involontariamente. Nel mentre si udivano ancora distintamente le grida dei colleghi e delle colleghe e dei colleghi scappati dalla proprie stanze e che ora si erano spostati tutti insieme al centro di via Etnea, per essere distanti quanto più possibile dai palazzi che avrebbero potuto crollare, Demetrio si avvicinò alla finestra della sua stanza, che dava su via Etnea, e nel mentre osservava scoraggiato e preoccupato i suoi centoventi colleghi e colleghe posti al centro di via Etnea, assieme a tutti gli altri occasionali passanti che era stati coinvolti in questa paranoia collettiva, sentì la voce della responsabile della stanza che si era anch’essa avvicinata alla finestra e con voce accusatoria gli disse:

“Hai visto cos’hai combinato?” e Demetrio, sentendosi sempre più depresso, non ebbe la forza di risponderle nel mentre osservava quella scena drammaticamente felliniana.

Nel frattempo i centoventi dipendenti dell’assessorato comunale avevano di fatto occupato la sede stradale di via Etnea, tenendosi accalcati gli uni agli altri e guardando tutti in alto ed in giro per vedere se qualche cornicione od altra parte di edificio si fosse staccato a causa del terremoto precipitando loro addosso, bloccando ogni forma di traffico veicolare e facendo si che i molti passanti che in quel momento transitavano in quel tratto di via Etnea si ponessero anch’essi al centro della strada indotti da quell’isterico comportamento collettivo e dalle grida “Il Terremoto, il Terremoto, il Terremoto!”. Nel breve volgere di pochi minuti il traffico di via Etnea si bloccò formandosi una lunghissima fila di macchine e presto arrivarono i mezzi dei Vigili del Fuoco, le macchine della Polizia Municipale, diverse Volanti della Polizia e alcune Pantere dei Carabinieri che erano stati informati di quel blocco stradale: un ufficiale dei Carabinieri si rivolse al direttore dell’assessorato per avere spiegazioni sulle cause di quell’evento collettivo che non aveva motivazioni apparenti e plausibili ma che poteva configurare anche un’ipotesi di reato penale, avendo determinato il blocco del traffico.

Convinto anche lui che vi era stata una forte scossa di terremoto il direttore dell’assessorato cercò di spiegare alle forze dell’Ordine intervenute sul posto che quel trambusto era stato determinato dall’aver avvertito una forte scossa di terremoto che aveva scatenato il panico tra i dipendenti della sua direzione e la conseguente fuga di tutti in un luogo aperto nel tentativo di sottrarsi all’eventuale crollo di pareti od altre parti dell’immobile. La immediata verifica effettuata dalle forze dell’Ordine presso la Prefettura di Catania accertò che non vi era stata alcuna scossa di terremoto a Catania e che pertanto non vi era motivo di continuare a stare al centro di via Etnea, bloccando il traffico e rischiando di essere denunciati per blocco stradale. Resosi conto che il panico che si era scatenato non avrebbe avuto motivo d’essere, dato che non vi era stato alcun terremoto, ma non avendo contezza della iniziale dinamica degli eventi e di chi fossero stati i soggetti che lo avevano determinato il direttore dispose l’immediato rientro dei dipendenti nei propri uffici, accompagnando quest’ordine con una colorita e significativa domanda rivolta a tutti gli impiegati in pura e nobile lingua siciliana:

“Iu vulissi sapiri cu minghia fù ca dissi ca c’era u tirrimotu?”, ma la sua domanda non ebbe risposta.

Nello stesso momento alla mente di Demetrio tornò, stranamente, il ricordo letterario della cacciata dei mercanti dal tempio da parte di Gesù Cristo.