Errare umanum est perseverare autem diabolicum

E’ recente la notizia che il gigante del web fondato da Bill Gates abbia strappato lo scettro economico alla sua rivale della Silicon Valley guidata da Tim Cook. Microsoft sorpassa, quindi, Apple e diventa l’azienda più ricca del mondo con un valore di mercato che ha raggiunto i quasi 2.460 miliardi di dollari contro i 2.430 miliardi di dollari della “casa di Cupertino”. Risulta in assoluto la prima volta, in oltre un anno, che il gigante del web, fondato da Bill Gates, strappi il primato alla rivale con l’azienda che sembra essere tornata ai suoi tempi d’oro, come nel 1999, quando, in piena era di bolla tecnologica sui mercati, raggiunse il picco di 614,70 miliardi di dollari di valore, un record assoluto per allora. Tale situazione, tuttavia, ha inevitabilmente riportato in auge mai sopite riflessioni sull’antico rapporto tra Microsoft ed i mercati e, quindi, sul problema del rapporto tra i mercati e l’antitrust. In sintesi ci si è tornati a chiedere se la piattaforma digitale Microsoft che, sfruttando i vantaggi derivanti dal controllo delle conoscenze rilevanti per il processo economico, riesce a dominare commercialmente, in uno scenario transnazionale, essendo artefice di un fenomeno di “path dependance”, violi ex ante le politiche della concorrenza e dell’antitrust. A riguardo preliminarmente va eccepito che, certamente, la presenza di un mercato che denota una tendenziale omogeneità di pratiche commerciali, dei giganti dell’era digitale, di per sé non è indice di violazione alcuna anche se la storia economica contemporanea ha visto la Microsoft essere azienda dominante nel proprio settore merceologico grazie semplicemente allo sfruttamento del “proprio” potere, potere utilizzato, peraltro, per eliminare un suo diretto concorrente nel settore dei browsers per internet mediante la “preminenza” di è riuscita a godere in quanto monopolista su un distinto bene. Assunto smentito rimane, comunque, il dubbio se il recente primato registrato da Microsoft valga, già di per sé, come campanello di allarme per una possibile alterazione futura dell’ordine di mercato, di un ordine spontaneo del sistema inteso come risultato dell’interazione tra le decisioni degli agenti entro un quadro di regole giuridiche monopolistiche e non. Il teorema di Ronald Coase, a riguardo, potrebbe essere utile nel provare a dare una risposta a questa domanda. Partiamo, quindi, dall’assunto che Ronald Coase si è chiesto perché esiste l’impresa e la risposta che si è dato è stata che lo stesso sistema dei prezzi, tendenzialmente, regola la fondamentale alternativa tra impresa e contratto, con la produzione che è organizzata in imprese allorché i costi delle transazioni di mercato risultino più elevati dei costi delle medesime attività controllate dalle organizzazioni. Ronald Coase, nel suo teorema, dimostra che in assenza di costo di transazione tutte le possibili soluzioni statali di allocazione dei diritti sono ugualmente efficienti perché le parti interessate saranno in grado di contrattare tra loro risolvendo ogni esternalità. Coase si occupa degli effetti esterni negativi, o esternalità, che l’attività di un’impresa può generare su un’altra impresa con l’assunto che l’interferenza dello stato nel limitare tale esternalità risulta necessaria e desiderabile. L’argomento fulcro del suo teorema mostra che l’esternalità rappresenta una circostanza di assenza di mercato prima ancora che un fallimento dello stesso. Un’ulteriore ed aggiuntiva risoluzione dei problemi connessi al teorema potrebbe, però, anche essere l’assunto cosiddetto “di minimax” di Von Newman(2) che con un nuovo “equilibrio ipotizzato di ottimo paretiano” rappresenta un correttivo, seppure parziale, del teorema di Coase, applicabile alla teoria dell’impresa proprio perché ci troviamo di fronte a conflitti multilaterali con interessi contrapposti o parzialmente divergenti in un sistema di asimmetria informativa parziale o limitatamente parziale. Certo è pur vero che Coase nel suo teorema dimostra che in assenza di costi di transazione tutte le possibili soluzioni statali di allocazione dei diritti sono ugualmente efficienti proprio perché le parti interessate saranno in grado di contrattare tra loro risolvendo ogni esternalità ma è pur vero che il teorema, affermando che con diritti di proprietà ben definiti e costi di transazione nulli la negoziazione o scambio di mercato tra i soggetti condurrebbe al risultato efficiente, e tale risultato sarebbe indipendente dall’allocazione iniziale del diritto, già da se farebbe tendere la bilancia verso una valutazione positiva della politica della “mano invisibile” di regolazione del mercato. Va, comunque, sottolineato che il teorema non si applica ai casi di proprietà collettiva o pubblica ma a quelli di proprietà mista ove risultano possibili campi di applicazione tutti nel problema dell’antitrust e nel suo rapporto con l’ordine del mercato alla luce anche del binomio “cooperazione e conflitto” nelle attività economiche. Alla luce di ciò potremmo bene, quindi, affermare che a differenza delle teorie di Von Hayek la soluzione ottimale di mercato sarebbe quella che vede applicate, seppur con un correttivo, le logiche auspicate da Ronald Coase. In caso contrario ci sarebbe il reale rischio di monopolio che potrebbe nascere anche da una cooperazione privata a discapito dell’interesse generale anche mediante una applicazione elusiva della normativa. Assunto che ciò che è essenziale, infatti, nell’idea di regime democratico è prima di tutto la legalità, un regime dove ci sono leggi e dove il potere non è arbitrario, e senza limiti, è un regime giusto ove un buon governo deve agire per il bene del suo popolo ed in tal senso il bene comune è una condizione di risorse o di interessi che legano i membri di una comunità. Il bene comune definisce, quindi, una forma di proprietà progettata per assicurare l’armonia collettiva nel perseguimento dell’interesse generale. A volte a torto, a volte a ragione, proprio sostenendo che in presenza di beni collettivi il mercato fallisce, lo Stato interviene massicciamente nella gestione dei beni pubblici pretendendo sempre di prendere misure per fornire un servizio al cittadino con lo scopo, spesso, non dichiarato, di aumentare la resa dello stato anche in settori che mirano, principalmente, al rendimento economico. Tuttavia, in tale scenario, il rischio di un fallimento da parte delle politiche dirigiste dello Stato non è indifferente. Un sistema parlamentare che sappia coordinare il pluralismo e controllare il potere deve anche necessariamente salvaguardare la primordiale sfera di autonomia individuale evitando le degenerazioni del mercato economico e unificando procedure che oggi si duplicano in materia diseconomica per la comunità. Nella contemporaneità bisogna investire nel capitale umano come risorsa chiave di ogni reparto in un contesto di inarrestabile deficit di bilancio di esercizio pronto a depositare, in presenza di una crescita negativa, una nuova zavorra sul debito pubblico. In un sistema caratterizzato dalla adozione di prestiti e partecipazioni pubbliche di minoranza, credito e partecipazione diretta nel capitale di impresa, le privatizzazioni teoricamente rappresenterebbero la corretta risposta alle nuove regole generali del mercato. Regole che, però, si sono evolute in senso opposto alla dottrina dell’intervento pubblico nell’economia italiana. Fino ai primi anni novanta, infatti, lo stato svolse un ruolo da protagonista importante nello sviluppo di un moderno sistema di grandi imprese industriali. L’esperienza dell’IRI, ente economico di gestione, diventato prima IRI SPA per volontà del primo governo Amato e successivamente messo in liquidazione nel 2000 dal secondo governo Amato, mostra come le privatizzazioni siano spesso state gestite in modo caotico ed addirittura secondo un recente documento della Corte dei Conti con un danno erariale per lo Stato. Servirebbe, dunque, prima di ogni cosa, fare i conti con la dottrina “Andreatta” che negli anni ’90 ha insistito per smantellare l’impianto dell’economia mista che con i suoi elevati ritmi di crescita aveva accompagnato l’Italia nel novero dei paesi più industrializzati. Nel 2010 il citato documento della Corte dei Conti ha sottolineato, addirittura, che il processo di privatizzazione svoltosi sarebbe stato caratterizzato da un elevato livello dei costi sostenuti, da un loro incerto monitoraggio, dalla scarsa trasparenza connaturata ad alcune delle procedure utilizzate in una serie di operazioni, dalla scarsa chiarezza del quadro della ripartizione delle responsabilità fra amministrazione, contractors ed organismi di consulenza ed, in ultimo, da un non sempre immediato impiego dei proventi nella riduzione del debito. Certo è pur vero che all’inizio degli anni ’90 si ebbe una grossa spinta per l’avvio di un processo di privatizzazione con una serie di articolati di interventi aventi come punto di partenza del programma la famosa delibera CIPE del 30 dicembre 1992. Ma se il sistema prediletto per la privatizzazione era, infatti, quello della OPV, ovvero dell’offerta pubblica, secondo la Corte dei Conti la differenza fra domanda ed offerta di azioni sarebbe stata particolarmente ampia con il prezzo di cessione non troppo basso. Analizzando i principali fattori di performance aziendali per il periodo 1996 – 2006 per un vasto campione di società ed occupazione pubblica, in effetti, si osserva una elevata variabilità settoriale riguardo la redditività e la coscienza gestionale. L’uso strategico delle privatizzazioni per favorire lo sviluppo del mercato domestico italiano fu esplicitato chiaramente nel Libro Verde delle Partecipazioni dello Stato del 1992 con l’esplicitazione della procedura di privatizzazione previste e codificate. Per contro gli effetti della privatizzazione sul benessere dei conservatori sembrano controversi soprattutto analizzando i prezzi quale variabile di rifornimento. La Corte dei Conti, anche in questo caso, ha dato al riguardo un giudizio negativo riguardante proprio il comportamento della politica che con il potere politico avrebbe legiferato in materia in modo frammentato e disorganico, se non addirittura caotico, riorganizzando le holding statali in vista della rendita parziale o del trasferimento o scambio di azioni nel contesto di operazioni, fusione ed acquisizione. Il programma doveva prevedere la possibilità della quotazione in uso delle società riorganizzate e la destinazione dei proventi alla riduzione del debito pubblico. Il piano doveva, inoltre, indicare la tempistica e la successione delle operazioni finalizzate alla razionalizzazione delle attività (fusioni, rifinanziamenti, ricapitalizzazione, nuove capitalizzazioni) ed il loro impatto sulle forze lavoro e di risultati attesi. Purtroppo i risultati finali non hanno sortito gli effetti sperati in un contesto quale il nostro, caratterizzato da un capitalismo economico ove le disuguaglianze delle risorse economiche di base portano ad una forte preferenza per l’uguaglianza. Oggi l’economia prevale sulla politica e la guida nella sua evoluzione, attraverso le decisioni d’investimento, e le leggi evolutive di lungo periodo, ipotizzate da Frederich Hayek, vengono fatte proprie dalla scuola di “Public Choice” che si interroga su quali possano essere le istituzioni di governo rispettose dei valori condivisi entro la collettività sociale che costituiscono le regole delimitate in un processo di discussione e di decisione pubblica. Tornando, per un attimo, alla contemporaneità dall’esame dell’approvazione del “DDL concorrenza”, mediante una legge delega, si evince che lo stesso contiene disposizioni volte a promuovere lo sviluppo della concorrenza, rimuovere gli ostacoli, anche di tipo normativo ed amministrativo, all’apertura dei mercati, garantendo la tutela di consumatori finali e, soprattutto, evitando che vengano concesse in modo reiterato agli stessi soggetti senza garantire pubblicità e trasparenza. Il governo risulterebbe, infatti, delegato ad ottenere uno o più decreti proprio per semplificare e ridurre le procedure che limitino l’iniziativa economica privata. Il DDL, in definitiva, rafforzerebbe i poteri di antitrust prevenendo modifiche al regime con centrazioni di imprese che superano certe soglie di fatturato e rafforzando, in tal senso, l’attività di contrasto all’abuso di dipendenza e commercio delle imprese. Si auspica, quindi, che il nuovo sistema normativo e di regolamentazione cerchi di dare una sterzata al sistema evitando gli errori commessi nel passato proprio con interventi pensati e volti all’insegna di un miglioramento che nasca della presa di coscienza degli errori del passato e dalla non reitera degli stessi. Miglioramento che persegua un interesse pubblico in passato troppo spesso eclissato ed ombreggiato. L’errare è stato, certamente, giustificabile ma il perseverare, sicuramente, non lo sarebbe.