Questione sociale e crisi politica delle istituzioni repubblicane

Il recente voto per il Quirinale, vissuto in un clima oscillante tra incertezze e spettacolo, è stato l’occasione finale per una vera resa dei conti “della politica” e, soprattutto, “nella politica”. Se anni fa, ammoniva Pietro Nenni, la vera politica era solo quella “delle cose” ove si doveva seguire il motto del “fai quel che devi, succeda quel che può”, oggi il voto per il Quirinale, ha di nuovo confermato che quando c’è una situazione di incertezza prima delle votazioni le stesse, certamente, saranno destinate a protrarsi per vari giorni. Nella storia repubblicana questo assunto storico ha avuto due sole eccezioni quali l’elezione “lampo”, avutasi con una sola votazione, dei Presidenti Francesco Cossiga e Carlo Azeglio Ciampi. Se Ennio Flaiano era solito dire che “la situazione politica in Italia è grave ma non è seria” le recenti vicende hanno, purtroppo, riportato in auge le ragioni esegetiche di questo motto soprattutto dal punto di vista delle necessarie riflessioni sul sistema elettorale del Presidente della Repubblica e sulla macchina dei cosiddetti “grandi elettori”. Certamente l’elezione bis di Mattarella non passerà alle cronache come una vittoria del buon senso o del Parlamento ma, semplicemente, come l’unico modo che, oggettivamente, vi era per salvare in Italia la democrazia. Insindacabile, però, risulta, ormai, la necessità di una svolta socialdemocratica per un quadro politico europeo più equilibrato e meno goliardico, proprio di fronte al finale traumatico che l’attuale sistema politico ha avuto e manifestato in questi giorni. La fine della Prima Repubblica, e la conseguente secessione tra istituzioni rappresentative e sovranità popolare, ha causato, già da tempo, un allontanamento degli elettori dalla partecipazione politica con il dilagare di una frattura tra rappresentanze e società che vede i partiti considerati, ormai sempre di più, dagli elettori come semplici “assi verticalizzati ed impenetrabili”, caratterizzati da un ceto politico che, parafrasando le parole di Carlo Rosselli, è diventato ormai “ceto dominante”. Oggi, purtroppo, l’elettorato considera il “non voto” come una scelta di pura inutilità, con una perdita dell’abitudine a votare come strumento per decidere e con le istituzioni politiche che sono sempre più svuotate del loro originario legame sociale. Ed in questo quadro che si inserisce la riflessione sull’ attuale “questione sociale” vissuta dal nostro paese, riflessione che si origina proprio dal fatto che i partiti in futuro certamente non si autoriformeranno, come sarebbe doveroso, e con le istituzioni politiche che, di conseguenza, saranno sempre meno espressione di una rappresentanza sociale che è lontana dall’essere la possibile risoluzione della corrente crisi istituzionale. Per ricostruire la Repubblica bisognerebbe, quindi, partire da un riformismo che allarghi, intanto, i diritti sociali e, successivamente, da una rivoluzione socialdemocratica della macchina della rappresentanza elettorale che, purtroppo appare sempre più lontana ed impraticabile. Il neonato asse Mattarella-Amato, secondo alcuni, potrebbe essere l’incipit per questa ricostruzione anche se l’unica soluzione possibile, ormai, parrebbe essere solo la riforma totale delle attuali leadership politiche. Altre scorciatoie non paiono essercene soprattutto se si pensa che in sede di scrutinio elettorale il presidente Roberto Figo ha dovuto leggere il nome di “Amadeus” indicato su una scheda. Basterebbe solo questo per capire che, ormai, esiste solo una contrapposizione binaria tra l’attuale deriva morale delle istituzioni politiche e la necessaria futura loro riforma per una nuova dignità delle stesse. Tertium non datur.