Salari minimi e orari: sindacati “maggiormente rappresentativi” in cerca di una dimensione

La Cgil, il “sindacato rosso” per eccellenza, attualmente impegnato a sostenere la gratuità dei tamponi, per i lavoratori che non intendono vaccinarsi, è da anni ormai protagonista di una confusione di posizioni che la vedono sempre più ripiegata al suo interno in un rapporto corporativistico semi-pubblicistico, imperniato sulla nozione di sindacato “comparativamente più rappresentativo”, con le tradizionali associazioni datoriali, ed ogni giorno che passa sempre più in crisi di idee, programmi e leadership oltre che in una contraddizione e deficit di identità sempre maggiori. Intanto, però, nel 2019 l’incidenza totale dei rapporti di lavoro al di sotto di soglie minime di retribuzione oraria è stato del 15% complessivo, con un importo totale dei salari sotto soglia pari addirittura a 2,78 miliardi di euro. In sintesi potremmo benissimo, quindi, affermare che il 22% dei lavoratori del settore privato si trova sotto una soglia di retribuzione inferiore alle nove euro orarie lorde. Se in 22 paesi europei, sui 27 totali, già vige il salario minimo fisso, di nove euro orari lordi, da noi, invece, è dal 1992 che i salari perdono valore con contratti che pagano quattro o sette euro lordi orari e che firmati dai sindacati più rappresentativi riguardano, sempre di più, i lavoratori esternalizzati di ogni settore, con lavoratori in tirocinio, lavoratori a rimborso spese, lavoratori a cottimo e finte partite iva. Se quindi l’indirizzo europeo è quello di porre tra gli obiettivi il salario legale, quale strumento strategico per contrastare il dumping sociale, diversamente le cose sono andate in Italia dove tra la metà degli anni novanta e la metà del duemila il boom del lavoro autonomo, che spiegava circa un quinto della nuova occupazione, era trainato da un doppio processo. Da un lato il blocco dei salari, dovuto agli accordi 92/93 (che qualcuno inopinatamente rivaluta), che avevano alimentato la spinta al lavoro indipendente, sollecitato dall’ideologia dell’autorealizzazione individuale fuori dagli schemi rigidi dell’organizzazione del lavoro fordista e dall’altro il fatto (collegato al primo) che il lavoro indipendente costava meno per le imprese e consentiva a queste di spingere la frammentazione del comando lungo filiere in cui la responsabilità svaniva ed i costi venivano scaricati a valle. Oggi, anche, il lavoro autonomo vive una fase di profonda crisi con una contrazione dell’occupazione che sembra inesorabile e la spinta alla autorealizzazione individuale pare dissolversi in una richiesta di certezze e stabilità di tanti lavoratori autonomi che vedono le loro rivendicazioni elementari sempre più vicine a quelle dei lavoratori dipendenti. Salario minimo legale e contrattazione collettiva dovrebbero essere interattivi e complementari soprattutto oggi che esiste un nuovo pluralismo sindacale e contrattuale che promuove i diritti dei lavoratori in una direzione complementare alla modernizzazione delle relazioni industriali. I minimi legali retributivi necessariamente dovrebbero essere la base per la contrattazione collettiva in quanto salari, pensioni e diritto alla malattia tornano ad essere l’orizzonte universalistico di ricomposizione del lavoro vivo in un paese italico sempre più inquadrabile come il “paese del sottosopra” dove a volte l’interpretazione leninista del pensiero di Marx non si sa a chi spetti. Ormai le dinamiche salariali hanno una rilevanza assolutamente pubblicistica che necessita di un vero e proprio intervento legislativo sulla fattispecie. Ma intanto si continuano a fare le pulizie per cinque euro lorde orarie ed a scrivere articoli giornalistici per dodici euro lorde a singolo pezzo. Un tempo solo la classe operaia andava in paradiso, oggi l’affollamento dei giardini dell’Eden credo sia notevole e sempre più eterogenea al proprio interno.