Stato di diritto dell’UE: tentativi di screditare l’azione europea

Negli ultimi mesi è ritornato di attualità il dibattito sulla sovranità nazionale e sull’ingerenza dell’Unione negli affari interni dei Paesi membri, ingenerando confusione e disorientando i cittadini. L’argomento, squisitamente giuridico, meriterebbe una attenta e dettagliata disamina; quello che possiamo fare è offrire alcuni spunti di riflessione rimandando ad ognuno di noi un successivo e personale approfondimento.

Quando negli anni 50 l’Italia aderì all’allora CEE lo fece basando sull’articolo 11 della Costituzione italiana del 1948 la sua partecipazione al sistema di integrazione europea. L’articolo recita “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo” e perovvi motivi temporali, nel testo manca il riferimento alla costruzione europea. La “limitazione della sovranità”, di cui si parla nell’articolo, è finalizzata a favorire un “ordinamento internazionale che assicuri pace e giustizia tra Nazioni” La formulazione dello stesso è stata ritenuta dalla nostra Corte costituzionale sufficientemente ampia e flessibile in grado quindi di coprire tutti gli ampliamenti di vincolo comunitario che si sono susseguiti negli anni a seguito delle modifiche dei trattati istituitivi (Atto Unico, Trattato di Amsterdam, fino all’attuale Trattato di Lisbona). La nostra Corte costituzionale ha, inoltre, tracciato una distinzione tra norme costituzionali cosiddette “cedevoli” rispetto a principi e norme europei, e i cosiddetti “principi inviolabili e diritti fondamentali” previsti e garantiti dalla nostra Costituzione che devono e sono preservati anche dall’impatto delle norme sovranazionali[1]

Alla luce di quello che è stato il cammino europeo e l’acquisizione di poteri e competenze, l’Italia, come tutti i paesi che fanno parte dell’UE, ha volontariamente ceduto nel tempo parte di sovranità a favore delle Istituzioni in settori dove l’Unione ha oggi competenza esclusiva (es. PAC).

Il dibattito recente sullo stato di diritto, tema sul quale la Commissione, vigila e controlla gli Stati membri, è visto da alcuni come una ingerenza negli affari “interni” e quindi una violazione dell’esercizio della sovranità nazionale. È bene ricordare che lo stato di diritto oltre ad essere parte integrante dell’identità democratica dell’Unione e degli Stati membri, è parte essenziale per il funzionamento dell’UE stessa. Legalità, certezza del diritto, divieto dell’esercizio arbitrario del potere esecutivo, tutela giurisdizionale da parte di organi giurisdizionali indipendenti e imparziali, separazione dei poteri, uguaglianza davanti alla legge sono i principi fondamentali su cui si fonda lo stato di diritto sancito dalle costituzioni nazionali e dall’Unione e per quest’ultima rappresenta uno dei valori fondanti della sua azione insieme al rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dei diritti umani, e dei diritti delle persone appartenenti a minoranze, cosi come affermato dall’articolo 2 del TFUE (Trattato sul funzionamento dell’UE). A marcare quanto il rispetto di questi valori sia importante per la popolazione è un sondaggio del 2019 di Eurobarometro, in cui si evidenzia che per l’85% dei partecipanti ogni aspetto dello stato di diritto è considerato essenziale. A ottobre 2020  un altro sondaggio – sempre di eurobarometro – riporta che per il 77% dei cittadini europei (in Italia l’81%) l’UE dovrebbe subordinare l’erogazione dei fondi solo a quegli Stati membri i cui governi rispettano lo stato di diritto e i principi democratici. Ed è quello che è accaduto includendo nel bilancio pluriennale dell’UE (MFF) 2021-2027 un regime di condizionalità finalizzato a ricollegare la spesa dei fondi europei al rispetto dello Stato di diritto. La condizionalità assume quindi la funzione di deterrente difronte alle ripetute violazioni oltre a diventare una maggiore tutela per la difesa dei valori di cui all’articolo 2 del TUE, oggi purtroppo, sempre più minacciati e sotto attacco. Basti pensare alla Polonia e al Tribunale costituzionale polacco che disconosce la preminenza del diritto comunitario rispetto alla legislazione nazionale e per il quale è legittimo che il parlamento abbia riformato l’organizzazione della corte (anticipando il pensionamento dei precedenti giudici, nominando i nuovi giudici attraverso una procedura controllata dal governo, istituendo un Consiglio nazionale che supervisiona il comportamento dei nuovi giudici). Una organizzazione che contraddice il principio e la separazione dei poteri e l’indipendenza del sistema giudiziario che è, come abbiamo visto precedentemente, elemento essenziale in uno stato di diritto.  È la prima volta che un tribunale di uno Stato membro disconosce la sovranità dei Trattati europei, l’attività sue Istituzioni e quindi la recente sentenza pronunciata nella causa C-791/19[2] dalla CGUE (Corte di Giustizia dell’Unione Europea). Quando il Presidente Lech Kaczyński ratificò – per aderire all’UE – il Trattato di Lisbona nel 2003 e con esso la Carta dei diritti fondamentali che ne è parte integrante, ha affermato l’impegno del suo Paese ai valori europei. E questo vale per tutti i 27 Paesi che fanno parte del progetto europeo.

Sebbene in maniera meno evidente e forte, ma ugualmente preoccupante è il dibattito interno dove si assiste al tentativo costante di screditare, ruolo e funzione delle istituzioni europee con il falso tentativo di gridare all’attacco alla nostra sovranità nazionale. L’impressione che si ha è di volere una UE à la carte, dove scegliere cosa applicare e cosa scartare. Non è così!

Non si può considerare il monitoraggio sullo Stato di diritto una ingerenza nella politica nazionale, si tratta piuttosto dell’esercizio legittimo da parte della Commissione europea della sua funzione di “guardiana” di quei Trattati ratificati dagli Stati, gli stessi che gettano discredito sulla sua azione.

La democrazia europea potrà funzionare solo se vi sarà una giustizia indipendente, il rispetto delle regole e delle istituzioni comuni.

Oggi più che mai l’opportunità di far parte dell’UE risiede nei principi, nei valori e nello stato di diritto che l’Unione ci assicura e che pertanto devono essere considerati da tutti il vero fattore aggregante della nostra Europa.


[1] Le fonti europee e il diritto italiano, di marta Cartabiae Milena gennusa , G. Giappichelli Editore ,2011

[2] Sentenza della Corte di giustizia del 15 luglio 2021, causa C-791/19, Commissione/Polonia, EU:C:2021:596